Cambio di stagione

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Ogni stagione che inesorabilmente finisce porta con sé un carico di emozioni, in forma di ricordi o anche di attese vane, che possono tramutarsi in gioia per ciò che è stato vissuto, oppure sfumare in nostalgie qualora l’intensità di quelle emozioni è tale da creare un distacco difficilmente colmabile.

Lo zainetto dei piccoli della Under12 – che a più riprese non ho esitato a definire ‘marziani’: e spero sia chiara l’accezione da me usata – sarà sicuramente ricolma di vittorie e di trofei, ma sarà altrettanto piena di piccole e grandi delusioni, e della ricchezza di conoscenze e di amicizie dopo la grande esperienza trevigiana. Lo zainetto sarà pronto e desideroso di affrontare una nuova stagione, quella che spetta a dei giovanotti che cresceranno di età e di dimensioni: poggerà su spalle sempre più robuste, ma anche più bisognose di calore, di vicinanza, di guide decise ed aperte, di mani e voci sicure.

La stagione appena conclusa ha semplicemente confermato che in Sicilia la Under12 del Padua Ragusa è una realtà assolutamente unica: un meraviglioso fiore spuntato da una crepa di rocce bituminose, in maniera del tutto spontanea ed inattesa, senza cioè che qualcuno si fosse messo prima all’opera per piantarne il bulbo dopo aver predisposto terriccio e concime. Laddove, in altre realtà, ragazzini come loro hanno già avuto un percorso di crescita e di fioritura ben definito e seguito con attenzione ed esperienza, i nostri atleti della Under12 sono invece esplosi in maniera rigogliosa e colorata. Come ho avuto modo di dire in più occasioni, capita molto di rado che un gruppo di ragazzini, ognuno di questi a suo modo talentuoso, si ritrovi in un determinato momento, generazionale e contingente, a costituire una rosa assolutamente unica per estro, estemporaneità e compattezza.

Le centinaia di vittorie nell’arco di un biennio, e i trofei sollevati, questo dicono: e semmai la rabbiosa delusione al “Trofeo Iqbal” di Librino, o la negativa sequela di risultati al “Trofeo Città di Treviso”, hanno reso questi ragazzini ancor più simpatici, umani e, appunto, unici. Soprattutto il confronto con le compagini nazionali, sicuramente più e meglio strutturate della nostra, se da un lato hanno platealmente evidenziato l’enorme gap organizzativo e culturale tra quel rugby ed il nostro, dall’altro hanno solamente contribuito ad esaltare l’unicità di questo fiore sbocciato nel nulla. E che magari la prossima stagione seguirà un proprio percorso di fioritura, qualunque esso sia: con i genitori comunque a seguirli ed una società che ne accompagnerà – mi auspico – la crescita umana e sportiva.

Il borsone dei ragazzi della Under14, invece, contiene tutte le stranezze e l’eterogeneità di una crescita. In un solo anno e mezzo, questo manipolo di sconosciuti si è arrampicato con umiltà lungo le scoscese propaggini del rugby: e lo ha fatto in maniera autarchica e incosciente.

Dopo un percorso assurdo e insensato, fatto di sconfitte immani e di umiliazioni cocenti, questo gruppuscolo di adolescenti ha saputo resistere ed anzi forgiarsi su ogni campo calcato, e allenamento dopo allenamento, delusione dopo delusione, è riuscito a costruirsi una propria identità, fuori da ogni logica e da ogni ragione, componendo le mille diversità e compattandosi in una crescita impensabile se ricondotta ai presupposti di partenza.

Così, la prima vittoria assoluta – contro i cugini dell’Audax – con quell’esultanza dionisiaca di fine gara, e le acclamazioni di quanti avevano seguito con pazienza e trepidazione paterna quelle cadute, rovinose per qualunque altro coetaneo, ma non per quell’ostinata comitiva, con in comune soltanto delle maglie blunotte Padua e la spregiudicatezza della testa alta e di un sorriso dopo ogni sconfitta.

Dopo la prima vittoria tante altre, anche su altri campi: e in ogni caso quella sensazione che l’incoscienza fosse divenuta bandiera da sventolare davanti ad un sorriso adesso famelico, vessillo di una cavalcata nuova e liberatoria verso nuove vittorie – e se poi fosse invece arrivata la sconfitta, pazienza.

Il trionfo 0-100 contro il San Gregorio sta nel mezzo tra la supervittoria nel derby contro l’Audax e il successo inatteso di Caltanissetta, a dispetto delle numerose assenze e della formazione rabberciata. Dopodiché, dismessi i panni umili ed indossati quelli nuovi, eleganti ma mai usati, i nostri ragazzotti hanno iniziato a conoscere tonfi polverosi e strali cocenti: la penultima posizione al ‘Trofeo Iqbal’, sancita da un derby sciagurato, e poi la successiva sconfitta (meritatissima) sempre contro i cugini dell’Audax, ha rappresentato una caduta rovinosa dal proscenio sul quale i giovani Paduini si erano arrampicati nel corso di quasi un anno e mezzo di vicissitudini.

Il terzo posto ‘ex aequo’ al recentissimo ‘Trofeo Cappello’ altro non è stato se non mettere al proprio posto quegli abiti sfavillanti immeritatamente indossati: perché la consapevolezza dei propri limiti, oltre ad aver costituito l’elemento fondante di una realtà come quella della nostra Under14, avrebbe dovuto come tale essere metabolizzata. Ed invece – con la fisiologica naturalezza di una tempesta ormonale in un gruppo di adolescenti – è stata improvvisamente dimenticata e quasi ripudiata, con una scrollata di spalle e testa bassa.

La semifinale contro la Fiamma Cibali al Selvaggio è stata la ‘summa’ di un quasi-biennio denso di contraddizioni. Ed anche la presa di coscienza che non si può prescindere dall’umiltà, quando proprio l’umiltà è stata quella inattesa mano di collante che ha dato compattezza e risalto a quella messe dispersa di cocci di questo strano mosaico.

 

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Giuseppe Cusumano

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