Rugby in Tanzania

Rugby in Tanzania
Non è facile immaginare la faccia dei bambini e dei ragazzi tanzani della missione di Kitanewa, gestita da padre Salvatore Ricceri, non appena si sono ritrovati, per la prima volta nella loro vita, un pallone da rugby tra le mani.

Qui in Africa riescono a giocare a calcio a piedi nudi tra le pietre e le spine, in slarghi sterrati tra la savana e il nulla, con oggetti sferici che quasi mai sono dei palloni: pezze tenute insieme da lacci o ritagli di pneumatici, camere d’aria ricucite in forma sferica e riempite di tessuti o sacchetti di plastica; a volte dei mango prematuri caduti dai rami, duri sì ma sufficientemente tondi per rotolare.

Ma un pallone da rugby? Quella gomma oblunga dai rimbalzi imprevedibili ha iniziato a passare di mano in mano, tra la meraviglia e le risate generali, quelle espressioni divertite di denti bianchissimi e di occhi accesi di curiosità. Ovviamente, il rugby in Tanzania non lo conoscono: la prima reazione istintiva è stata quella di vedere come rimbalzasse quel pallone strano, e come venisse giocarci coi piedi. E allora giù altre risate.

Il mio Simone insieme a Marco Gulino ci hanno provato a fare vedere che è preferibile giocarci con le mani, piuttosto che coi piedi: qualche passaggio, e mica facile spiegare che si gioca ordinatamente in linea, molto più facile lasciare comprendere che nel rugby prevale la squadra e non invece il singolo, e che si vince solo se si gioca uniti e compatti, tutti. D’altronde, in Africa esiste una letteratura piena di parole che esprimono unità e condivisione, loro lo insegnano a noi occidentali, lo stare insieme proprio nella sofferenza.

Marco Gulino ha il suo vissuto in maglia azzurroPadua, tra le giovanili di qualche annetto fa: e si è subito ritrovato a scambiare passaggi e prese con alcuni ragazzini tra i quali i suoi figli, camicia e pantaloni sotto a un baobab, con quei ricordi indelebili di rugby come i muscoli dei suoi polpacci e la presa sicura.

Il mio Simone è il presente del Padua, e speriamo anche il prossimo futuro: il suo primo placcaggio è nei confronti di Enock, guerriero Masai della missione, di questa oasi di pace al centro esatto della savana, laddove le strade sono piste di terra che mutano morfologia e percorsi quasi ogni giorno, fra lo svettare d’una giraffa e lo stridore delle iene, tra silenzi di leonesse e fruscio di serpenti.

Nel 2014, grazie all’amicizia con l’ambasciatore italiano Luigi Scotto, fino allo scorso mese di settembre in missione presso la capitale tanzana, ho iniziato a seguire la missione gestita da padre Salvatore Ricceri, originario di Biancavilla, più che altro offrendo la mia mano nel reperire fondi per la costruzione o il completamento di aule o di scuole: l’istruzione è sentita da tutti i bambini tanzani (e non solo tanzani: africani in generale) come un bisogno primario, ancorché di facile realizzazione. Tra le persone che mi hanno subito affiancato in questo progetto, proprio Marco Gulino, ex giocatore Padua Ragusa. Quando c’è bisogno di una squadra, non può non apparire qualcuno che abbia umiltà e senso di supporto come un rugbista.

Pertanto, nel 2015 abbiamo completato il college di Migòri, per il quale si era speso proprio l’ambasciatore stesso, in prima persona e quale numero uno dell’Ambasciata d’Italia in Tanzania. Nel 2016 è stata la volta della scuola elementare di Kisilwa, costruita dalle fondamenta in un villaggio sperduto della savana, dove i bambini erano disposti a percorrere quasi otto chilometri al buio, rischiando la vita (e spesso perdendola, la vita) pur di non rinunciare all’istruzione, alla speranza di un futuro migliore. Per il 2017 ci aspetta il completamento della scuola elementare di Mapogoro.

Ma intanto, come anche il rugby insegna, da soli non si arriva da nessuna parte: per affrontare le difficoltà ci vuole una squadra unita, con tutti i suoi effettivi, a spingere e a sostenere verso la meta.

E quel pallone di rugby, portato fin laggiù da Simone e da Marco, ne è un piccolo ma significativo simbolo. Come il sorriso del bimbo nella foto, con indosso la maglietta del Padua Rugby Ragusa.

Società cui va un enorme ringraziamento, umano prima che sportivo, per portare sempre avanti il proprio, di progetto: quello di formare squadre composte da bambini di ogni età, nazionalità, estrazione sociale; squadre in cui non esistono differenze o diversità se non quelle legate al ruolo in partita ed al carattere da formare.

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Giuseppe Cusumano

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